giovedì 23 maggio 2013

Riflessi..... Di DOMENICO PALMA


Il nostro tempo è un tempo nel quale le cose cambiano ad un ritmo frenetico, molti di noi sono disorientati e increduli di come il mondo cambia senza avere contezza e possibilità di adeguarsi in tempi brevi. Le organizzazioni hanno lo stesso problema, con una difficoltà in più ed è quella di ancorarsi al passato e ritenere che  la conservazione sia l’unica opportunità di sopravvivere, invece la biologia ci ha insegnato che l’ evoluzione della specie e l’adeguamento all’ambiente è il modo per superare le difficoltà che si incontrano.

Le organizzazioni sindacali, specialmente alcune, tentano di resistere ai cambiamenti riproponendo un mondo superato dagli avvenimenti e dai problemi che i lavoratori vivono quotidianamente. E il protagonismo sindacale ha avuto il suo massimo storico nel secolo scorso con l’arduo compito di elevare grandi masse di lavoratori ad livello di vita dei paesi occidentali.
Il novecento sarà ricordato per le grandi sciagure e le grandi opportunità date alla classe lavoratrice, dove l’ideologia politica si è sposata con il sogno di un benessere, che molto spesso si è rilevato illusorio, ciò nonostante le grandi ideologie del novecento hanno avuto  vita lunga.
Le conquiste fatte dai lavoratori  - che   vanno da luoghi di lavoro più vivibili fino  all’esercizio del diritto di sciopero, sancito dalla carta costituzionale del 1946 e alla legge 300 del 1970 ( statuto dei lavoratori) - vengono messi in discussione e  vissuti da parte del nostro Governo e Confindustria,  con sofferenza e ostacolo alla crescita economica del nostro paese.
La contemporanietà, vissuta da larga parte dei lavoratori è quella di salari bassi, contratti precari e periodi lunghi di disoccupazione: questo è il risultato di un decennio di politiche liberiste  dettate dal mercato globalizzato di cui la moneta unica europea doveva essere il rimedio. Invece, l’euro si è tradotto, almeno in Italia, in un ostacolo maggiore al potere di acquisto delle famiglie riducendo progressivamente il livello di ricchezza posseduta da larga fascia di lavoratori.
Orbene, oggi il 90% delle aziende ha meno di 15 dipendenti, quindi esclusi dalla tutela della legge 300/70 e dai licenziamenti, il 50% dei lavoratori ha un contratto precario  ( contratto a tempo determinato, somministrazione, ecc.)  con l’unica tutela in caso di licenziamento di una indennità monetaria,  indennità di disoccupazione per superare il periodo di licenziamento inesistente.
Il mondo è cambiato, ce  ne siamo accorti nel modo peggiore e ne siamo impreparati; i mercati tradizionali sono in affanno, mentre quelli asiatici dettano condizioni agli Stati Uniti d’America per l’alto debito pubblico è noi in Italia con un Governo incapace di risolvere i problemi del mondo del lavoro siamo alle corde e vincolati da speculatori senza scrupoli per il nostro debito pubblico  gigantesco.
Ha senso lottare per tenere le conquiste del mondo del lavoro del secolo passato? Ovviamente si, ma ha  altrettanto senso capire che il sindacato deve lasciare il secolo scorso e riuscire a traghettare il proprio operato agli anni 2000, senza questa consapevolezza non riusciamo a tutelare al meglio i lavoratori ed alcune rigidità non fanno altro che allontanare il lavoro e il reddito in paese che hanno maggiori  capacità di renderlo appetibile.
Non possiamo immaginare che accantonate le ideologie del novecento da parte dei partiti politici vengono  riproposte dai sindacati. Noi dobbiamo essere capaci di ripensare al nostro ruolo in modo laico e caratterizzante della nostra azione sindacale, spostare le lotte dal lavoro al reddito, chiedere degli ammortizzatori sociali capaci di rendere meno gravoso il passaggio da lavoro ad un altro, estendere le stesse garanzie a tutti i lavoratori e non solo a quelli a tempo indeterminato.
I governi passano e si alternano, forse i governi più pro-labour hanno creato norme di maggiore flessibilità del mercato del lavoro. Allora perché non considerare di tornare ad essere sindacato e quindi proteggere i lavoratori?

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