Quante volte abbiamo sentito attribuire colpe su un fatto o su altro, sulla degenerazioni della politica, della società, o della più semplice relazione tra persone. quasi a voler dare al senso di colpa una specifica utilità sociale. È difficile argomentare intorno a questo tema, poichè tutti, almeno una volta al giorno attribuiamo le conseguenza delle nostre azioni ad altri.
Ecco perché mi è così difficile scrivere questo articolo. Perché, sulla scorta di Nietzsche, il senso di colpa può essere considerato un ostacolo alla felicità individuale, uno sperpero indebito di energie emotive, e soprattutto un sentimento vile. Il senso di colpa è un distributore automatico di risentimento. Prima o poi finisci con odiare chi ti fa sentire colpevole. E quell'odio ti renderà ancora più colpevole, e il surplus di colpa ancor più odioso. Ma allora di chi è la colpa?
All'indomani della chiusura della campagna elettorale per le amministrative, ha riportato i toni di Grillo ad essere aspri e duri nei confronti di chi nella scorsa tornata elettorale, più o meno un italiano su quattro, aveva votato un movimento il cui slogan implicito suonava pressapoco così: «È COLPA VOSTRA! PERCHÉ NOI NON C'ENTRIAMO NIENTE!». È colpa vostra: di voi politici manigoldi, di voi giornalisti omertosi, di voi intellettuali conformisti, di voi professori inetti, di voi imprenditori criminali, di voi burocrati assenteisti, di voi commercianti evasori... È colpa vostra se questo Paese è allo sbando. È colpa vostra se tutto funziona male. Se le cose hanno preso una piega così pericolosa. È colpa vostra se tutto è così inefficiente, così sporco, così melanconico.
E tutti quelli chiamati in causa: intellettuali, professori, imprenditori, burocrati, commercianti che avrebbero dovuto sentirsi parte in causa, si sono lasciati sedurre da queste sirene,prendendo le distanze da loro stessi, dalla loro stessa categoria, dai loro stessi errori.
Probabilmente, l'idea di essere colpevoli, difficile da accettare in un popolo così fortemente autoindulgente, ha trovato sponda nel dare la colpa agli altri. Gli altri? Chi sono gli altri? Semplice: tutti quelli che non sono io, tutti quelli che non sono qui con me a protestare in questa piazza, in questo preciso istante. D'un tratto, un italiano su quattro ha iniziato a crogiolarsi nell'illusione autoassolutoria di non avere alcuna responsabilità, di essere completamente incolpevole. Sono stati loro, io non c'entro niente. Dopotutto, siamo il solo popolo che nei due conflitti mondiali ha cambiato casacca in corsa per ben due volte, correndo (per dirla con Flaiano) «in soccorso dei vincitori».
Nessuno mai ha pensato che, forse, il solo movimento politico che servirebbe davvero all'Italia è quello il cui slogan tuonasse: "È COLPA NOSTRA". Ma dubito che un partito così severo con i suoi adepti e con se stesso avrebbe un grande seguito popolare. L'italiano non si sente mai in colpa. L'italiano non vede l'ora di dare la colpa agli altri. La ragione per cui l'italiano stenta sempre a dimettersi è perché non può accettare l'ipotesi di aver sbagliato. L'italiano è come Fonzie (il bullo rubacuori di Happy Days, che, infatti, si chiama Arthur Fonzarelli). Il problema di Fonzie è che non sa dire: «Ho sbagliato!».
In queste parole, non c'è la pretesa che l'italiano agisca come il giapponese, e arrivi a suicidarsi per disdoro e disonore, ma almeno che si comporti in modo responsabile. Che sia disposto a riconoscere la propria correità. Che sia capace di dire: se qui tutto va male e io sto qui da un pezzo, evidentemente anche io devo aver mancato in qualcosa.
E ma noi siamo italiani..... Mica è colpa nostra!
Mi ha incuriosito la lettura del pamphlet intitolato Un Paese senza, in cui, secondo l'autore, all'Italia manca qualcosa. Già, ma che cosa? Per Arbasino l'Italia di allora (ma lo si potrebbe dire ancor più di quella di oggi) mancava di memoria, memoria culturale naturalmente. Ma forse bisognerebbe spostare la questione dal piano culturale a quello della coscienza individuale. Non c'è niente che l'italiano dimentichi più volentieri delle colpe che ha commesso. Ancora Nietzsche dice: «Io amo colui che si vergogna quando il dado cade in suo favore, e chiede: ho forse barato?». Di norma l'italiano è troppo occupato a chiedersi se gli altri hanno barato a suo danno, per fermarsi a riflettere se per caso non sia lui il baro. Del resto, il senso di colpa può riservare piacevoli sorprese a chi se ne lascia affliggere.
E tutti quelli chiamati in causa: intellettuali, professori, imprenditori, burocrati, commercianti che avrebbero dovuto sentirsi parte in causa, si sono lasciati sedurre da queste sirene,prendendo le distanze da loro stessi, dalla loro stessa categoria, dai loro stessi errori.
Probabilmente, l'idea di essere colpevoli, difficile da accettare in un popolo così fortemente autoindulgente, ha trovato sponda nel dare la colpa agli altri. Gli altri? Chi sono gli altri? Semplice: tutti quelli che non sono io, tutti quelli che non sono qui con me a protestare in questa piazza, in questo preciso istante. D'un tratto, un italiano su quattro ha iniziato a crogiolarsi nell'illusione autoassolutoria di non avere alcuna responsabilità, di essere completamente incolpevole. Sono stati loro, io non c'entro niente. Dopotutto, siamo il solo popolo che nei due conflitti mondiali ha cambiato casacca in corsa per ben due volte, correndo (per dirla con Flaiano) «in soccorso dei vincitori».
Nessuno mai ha pensato che, forse, il solo movimento politico che servirebbe davvero all'Italia è quello il cui slogan tuonasse: "È COLPA NOSTRA". Ma dubito che un partito così severo con i suoi adepti e con se stesso avrebbe un grande seguito popolare. L'italiano non si sente mai in colpa. L'italiano non vede l'ora di dare la colpa agli altri. La ragione per cui l'italiano stenta sempre a dimettersi è perché non può accettare l'ipotesi di aver sbagliato. L'italiano è come Fonzie (il bullo rubacuori di Happy Days, che, infatti, si chiama Arthur Fonzarelli). Il problema di Fonzie è che non sa dire: «Ho sbagliato!».
In queste parole, non c'è la pretesa che l'italiano agisca come il giapponese, e arrivi a suicidarsi per disdoro e disonore, ma almeno che si comporti in modo responsabile. Che sia disposto a riconoscere la propria correità. Che sia capace di dire: se qui tutto va male e io sto qui da un pezzo, evidentemente anche io devo aver mancato in qualcosa.
E ma noi siamo italiani..... Mica è colpa nostra!
Mi ha incuriosito la lettura del pamphlet intitolato Un Paese senza, in cui, secondo l'autore, all'Italia manca qualcosa. Già, ma che cosa? Per Arbasino l'Italia di allora (ma lo si potrebbe dire ancor più di quella di oggi) mancava di memoria, memoria culturale naturalmente. Ma forse bisognerebbe spostare la questione dal piano culturale a quello della coscienza individuale. Non c'è niente che l'italiano dimentichi più volentieri delle colpe che ha commesso. Ancora Nietzsche dice: «Io amo colui che si vergogna quando il dado cade in suo favore, e chiede: ho forse barato?». Di norma l'italiano è troppo occupato a chiedersi se gli altri hanno barato a suo danno, per fermarsi a riflettere se per caso non sia lui il baro. Del resto, il senso di colpa può riservare piacevoli sorprese a chi se ne lascia affliggere.
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