Di Antonella Giacummo. QUANDO Leonardo Sacco scrisse il suo “Il cemento del potere” correva
l’anno 1982. Trent’anni, verrebbe da dire, passati invano. Perché i
problemi da lui descritti in quella che si presenta come “la storia di
Emilio Colombo e della sua città”, sono ancora tutti presenti.
Dalla
circolazione stradale «ai limiti della paralisi» al rapporto
città-campagna, dai problemi del centro cittadino ai parcheggi fino a
quelle case, «una montagna», disposte l’una sull’altra.
Pochi abitanti, negli anni tante nuove costruzioni ma, alla fine, la
mancanza di case resta sempre all’ordine del giorno: dalle contrade - che
da più di un anno sono in rivolta per l’aumento degli oneri di
urbanizzazione che stanno bloccando le nuove costruzioni - al centro
storico, dove i piani di rivitalizzazione si susseguono senza rivitalizzare
e dove, ormai, comprare casa è diventato conveniente.
Ed è da questo che vogliamo partire. Dal problema abitativo. E da una
domanda: chi decide il fabbisogno abitativo di questa città? Ovvero: con
quali criteri si stabilisce quante abitazioni sono necessarie? E la domanda
nasce comparando alcuni dati. Primo fra tutti quello relativo al calo
demografico. Se continua a diminuire il numero dei potentini, com’è
possibile che le case che ci sono già non bastano mai? E, infatti, secondo
l’Istat la città di Potenza avrebbe superato il fabbisogno necessario di
abitazioni già del 20%.
Allora perché si continua a costruire ancora? E non si può rispondere
dicendo che ci sono sempre nuove richieste, perché i fatti dimostrano che
così non è: gli ultimi edifici realizzati hanno un numero alto di
appartamenti invenduti.
Quindi questa è la prima domanda da fare e a cui dovremo - speriamo nei
prossimi giorni - dare una risposta: come si programma e chi decide le
necessità abitative della città.
E per forza dovremo poi capire chi decide il prezzo delle case: in una
città della provincia meridionale abbiamo i prezzi delle case alle stesse.
Per un appartamento di un centinaio di metri quadri ormai si arriva a
spendere intorno ai 300.000 euro. E i prezzi, nonostante crisi e invenduto,
non scendono. E neppure c’è una adeguata concorrenza: i prezzi vengono
mantenuti tutti più o meno uniformi, come con i cartelli petroliferi.
Materiali e manodopera troppo cara? Fonti qualificate dicono di no.
La terza constatazione riguarda il centro storico: i prezzi sono
praticamente crollati, sia per quel che riguarda le vendite sia gli
affitti. Questo perché c’è una grande offerta di abitazioni che restano
vuote. Si tratta delle case più antiche della città, che sicuramente
richiedono delle ristrutturazioni. E queste ristrutturazioni non sarebbero
forse un toccasana per l’economia cittadina? Perché non pensare a
incentivare la vendita di questi appartamenti ormai vuoti, mettendoli a
disposizione delle fasce medio-basse? Non costerebbe meno a tutti?
Quarta considerazione: il potentino per sua impostazione culturale la casa
tende a comprarla. Ma, negli ultimi anni - ovvero da quando la crisi ha
iniziato a divorare i bilanci familiari - sembra sia profondamente mutato
il mercato. Le fasce sociali più deboli ora scelgono l’affitto. Ma anche
qui c’è qualcosa che non torna, perché anche fittare casa ha costi elevati
qui a Potenza. Perché? Un principio elementare di economia vuole che il
prezzo cresce quando la domanda è alta ma c’è poca offerta. E’ questo il
motivo per cui il prezzo anche dei fitti è alto? E quanto incide in questo
discorso il “nero”?
Tante domande a cui bisognerà dare una risposta precisa. Anche perché la
speranza è sempre che il periodo di crisi porti a un cambiamento radicale
di un mercato evidentemente viziato. Da cosa? Questo sarà l’obiettivo delle
prossime puntate della nostra inchiesta.
Nessun commento:
Posta un commento